Ma quanto è scema la politica?

E quanto è bello e libero il web!

Che cosa hanno in comune poltica e web?

Molto a dire il vero, sono entrambe espressione di una collettività che comunica.

C’è stato il tempo del web “1.0” di difficile accesso e riservato agli smanettoni, a chi aveva interesse nella nuova tecnologia e sapeva utilizzarla, o imparava a utilizzarla. Il tempo in cui il web era davvero libero e si prestava ad essere veicolo di informazione indipendente e comunicazione efficace internazionale. Paradossalmente è stato il periodo in cui il web aveva la fama di essere poco affidabile e le istituzioni lo guardavano con sospetto, come qualsiasi altra realtà incontrollabile, perché il web era, di fatto, una zona temporanea autonoma. Veicolo di espressione libera, anonima, riservata a chi aveva la tenacia e il desiderio di acquisire le competenze per utilizzare il mezzo.

Poi è arrivato il 2.0, l’epoca dei social network, in cui il web è diventato di facile accesso a tutti, dove non serve sforzarsi, impegnarsi per entrarvi e tutti hanno la possibilità di comunicare anche quando hanno poco o niente da dire. Fantastico, vero?Anche il mondo istituzionale ha improvvisamente iniziato ad amare il web, quanto tutti gli utenti erano diventati facilmente identificabili, rintracciabili (e raggiungibili), anzi addirittura desiderosi di spargere i propri dati personali, compresi di localizzazione gps, ai quattro venti.

Il web 2.0 è l’orgasmo del marketing, della possibilità di veicolare informazioni e messaggi, contenuti e idee nelle menti del prossimo. Il marketing però è uno strumento e come tale può essere utilizzato con fini nobili o abietti.

Facendo un parallelo possiamo parlare di una politica 1.0, quella fatta dai grandi partiti (ma anche dai movimenti e dalle inziative che c’erano già da allora), che si faceva portavoce di messaggi politici (sociali) che veicolava attraverso i propri canali di diffusione. Partiti che cercavano di convincere l’elettore della bontà delle proprie idee e delle proprie azioni. Poi è arrivato il web 2.0 e con esso la politica 2.0, formata da partiti e movimenti liquidi, inconsistenti ma estremamente adattabili, capaci di utilizzare il marketing non per veicolare messaggi (che non hanno), ma per radicare maggiormente determinate idee in persone che hanno anche solo l’indizio di un’idea.

Questa politica 2.0 non veicola idee proprio perché essenzialmente vuota, quello che si limita a fare - in breve - è scorrere i vari social network, contare i commenti, le esternazioni e le farneticazioni che ricevono più like e ripeterle dai pulpiti istituzionali, certi di ricevere l’acclamazione del pubblico che nella vita reale è composto dalle stesse persone che scrivono tali farneticazioni e vi appongono il fatidico “like” nel mondo non-virtuale di internet.

Attenzione, però. Questa piccola riflessione non è una versione aggiornata e corretta del luogo comune secondo cui “era meglio prima”. Il web era meglio quando era libero, come qualsiasi altra cosa. Il punto, però, è un altro, ovvero che è il caso di imparare a riconoscere, e scartare, questi politici 2.0 che oggi raccolgono un consenso disarmante, e ricominciare a cercare contenuti veri, e idee, e smettere di essere un popolo di gonzi che abbocca a questo phishing di cervelli (e voti).


Un attimo, c’è qualcosa di nuovo da queste parti!

Fino a qui tutto bene è una serie di racconti brevi che fa da prequel al romanzo Venti giornate al rogo. Gratis, su pensieroamargine.it se puoi, dai uno sguardo e fammi sapere che ne pensi!