Pensiero a Margine

Nasce la newsletter, sarà interessante!

Benvenuti nella newsletter di Pensiero a Margine, appuntamento settimanale che raccoglie un po’ di notizie interessanti raccolte durante la settimana e un breve commento, o un commento un po’ più lungo a seconda del livello di “margine” offerto dalla settimana. La notizia comunque è sempre il punto di partenza per qualche riflessione, come lo è la letteratura, il cinema e ogni tipo di esperienza personale o estetica.

Il pensiero a margine è quella nota lasciata accanto al testo in cui cogliamo quanto un autore esprime tra le righe, quell’appunto che fissa l’apertura di un nuovo orizzonte.

Il pensiero a margine è anche quello che si esprime fuori dal contesto, fuori dalla massa delle opinioni urlate, quello che si colloca nel margine, quel non-luogo dove vivono, fisicamente o mentalmente, appunto, gli emarginati.

L’obiettivo è rigettare la mediocrità e la banalità ovunque la si incontri: nei rapporti, nella società, nell’arte e nella vita quotidiana. Tendere al cuore delle cose, mai fermarsi alla superficie, al sentito dire, alla chiacchiera.

Un esempio comunque vale più di mille parole. Questo primo appuntamento con Pensiero a Margine non può quindi esaurirsi proprio in chiacchiere e dichiarazioni di intenti:

Questa settimana a margine

Un paio di argomenti simpatici tanto per cominciare bene questa avventura. Da un lato parliamo di lingua, cultura e bla, bla, bla: ovvero linguaggio, parole, comunicazione: la Brexit ci sottrae il Regno Unito (mio malgrado, dato che ci vivo), è dunque il caso di cambiare lingua comunitaria, dato che l’inglese non è lingua nazionale di nessuno degli stati dell’unione?

Con un balzo rapido passiamo poi all’Italia e all’eterno dibattito sul precariato e i suoi strascichi (o forse consolidamenti). Sulla bilancia abbiamo reddito di cittadinanza e salario minimo: quale lato pesa di più?

In chiusura, ad uso degli autori emergenti, condivido l’episodio dello scorso Martedì Live di Scrittura Efficace, dove assieme al buon Valerio Carbone ho parlato dei limiti e delle potenzialità dei generi letterari.

Vista la Brexit, non sarebbe il caso di cambiare lingua comunitaria?

Mentre infuria la polemica sulle condizioni di divorzio tra UK e UE, un piccolo argomento laterale ha colpito la mia attenzione. La cosa interessante è che la questione viene sollevata da un articolo del Guardian, il quotidiano inglese per eccellenza, e l’argomento ha senso: nessuno degli stati della UE parla inglese (come prima lingua) quindi non avrebbe senso cambiare lingua ufficiale? In breve la risposta è no, la ragione è nella frase precedente, tra parentesi, perché se nessun paese ha l’inglese come prima lingua, tutti lo hanno come seconda.

In attesa che l’innovazione tecnologica annulli le barriere linguistiche tra gli stati dell’Unione - tra l’altro siamo sulla buona strada - mantenerci interconnessi e internazionali è una risorsa fondamentale. Evitiamo quindi di parlarci addosso (letteralmente) in inutili resistenze campanilistiche che non hanno ragione di esistere in una società globale.

Questo non significa non studiare l’italiano, anzi, né tantomeno perdere il simpatico dialetto locale del tuo paesello, significa avere qualcosa in più nel tuo bagaglio culturale e cognitivo che male non fa. Quando parli inglese poi, puoi anche tenerti l’accento italiano che in fondo fa tanta simpatia e, fuori dagli italiani più bacchettoni, ti assicuro che non frega niente a nessuno.

L’articolo del Guardian:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/27/brexit-end-english-official-eu-language-uk-brussels

Reddito di cittadinanza o salario minimo?

La seconda sferzata di oggi arriva dal famigerato blog del Fatto Quotidiano, dove Francesco Pastore oppone il salario minimo al reddito di cittadinanza come soluzione al problema del precariato che lo affligge in quanto riceve troppe telefonate da call center più o meno truffaldini.

Il concetto di salario minimo è decisamente interessante, parlo per esperienza personale dato che lo vedo in azione quassù nella perfida Albione. Funziona eccome: se hai bisogno di lavorare sai che qualsiasi cosa andrai a fare ti permetterà di vivere in modo decente. Letteralmente qualsiasi cosa. Gli unici che ho visto fregare i lavoratori offrendo loro meno del salario minimo sono gli italiani che sfruttavano altri italiani appena immigrati e ignari della legge inglese.

Il salario minimo in Italia offrirebbe soprattutto la possibilità di una riforma culturale e un’osservatorio prepotente sul paese reale. Al netto dei numeretti sparpagliati nelle liste degli incensi dei governi di turno, quando le aziende non potranno offrire 2-300 euro al mese ma saranno costrette ad aggiungere uno zero a quella busta paga dovranno dimostrare di essere davvero aziende. Avremmo la possibilità di distinguere gli imprenditori dai chiacchieroni/sfruttatori e al contempo imparare a chiamare le cose con il loro nome: sotto al salario minimo non è lavoro, ma schiavismo.

Con questo semplice concetto ben piantato finalmente in testa, saremmo magari anche in grado di capire quanto i numeri sull’occupazione italiana siano gonfiati a uso strumentale e quanto - di conseguenza - siamo nella merda. Una bella doccia di realtà, insomma, siamo davvero pronti a farla?

Il post di Francesco Pastore:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/19/la-soluzione-al-lavoro-sottopagato-ce-e-non-e-il-reddito-di-cittadinanza/5709462/


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