Ma sì, buttiamo giù qualche statua

Che passa tutto

Tempo fa conobbi un certo Darren. Produttore televisivo nerissimo e complottista fino al midollo. Ne faceva di discorsi strampalati, Darren, però una volta mi disse una cosa assai interessante.

Mi disse “Sai, a volte mi capita di parlare con dei finanziatori o sedicenti filantropi che mi chiedono di produrre programmi culturali. Quando vedo che indossano come generali in pensione i loro gagliardetti di famiglia - ah, la cara vecchia aristocrazia inglese! - dico sempre loro che tra il mio patrimonio culturale c’è anche l’araldica. Dovresti vedere come si affrettano a nascondere quegli stemmi di famiglia davanti a me!” e si fece una grassa risata. Il fatto è che i rampolli (giovani e vecchi) di queste famiglie hanno sempre grosse difficoltà quando parlano con un nero dato che con ogni probabilità i loro soldi di famiglia derivano dai traffici di schiavi dei loro antenati.

E allora? Dovremmo nascondere questa brutale verità sotto al tappeto? Dovremmo nascondere il fatto che il capitalismo occidentale poggia le sue fortune non sul duro lavoro di onesti avventurieri (come vorrebbe farci credere) ma sul traffico di schiavi che ha riempito l’Atlantico e i suoi fianchi di brutalità, sfruttamento e cadaveri?

No. Dovremmo ricordarcelo. Tenerlo sempre a mente. Quegli stemmi di famiglia ben piazzati davanti agli occhi, su ogni maxi schermo di Times Square o Piccadilly Circus, e cento, mille proiezioni di Via col vento. Senza disclaimer che ci spiegano che lo schiavismo e il razzismo sono brutte cose, perché se non riusciamo a capirlo da soli - e a capire che quello è il nostro passato - c’è davvero qualcosa che non va.

Quindi teniamo in piedi le statue di questi mercanti di schiavi che hanno costruito le nostre nazioni occidentali, per favore, perché le hanno costruite proprio grazie a questi traffici inumani e provare a dimenticarcelo significa cancellare un passato che inevitabilmente sarà riscritto proprio da coloro a cui fa più comodo. Gli stessi, ad esempio, che fischiettano distratti mentre migliaia di disperati crepano tra le onde del Mediterraneo come facevano i loro antenati trascinati in mezzo all’Atlantico dagli antenati dei suddetti distrattoni.

Ad esempio, parlare di Montanelli che comprava bambine da sposare in Etiopia mi sembra un grande esempio da sbattere in faccia ai signori che ancora sostengono che il grande impero del piccolissimo dittatore abbia portato la civiltà dove non c’era. La prossima volta che qualcuno dirà la fatidica frase ha fatto anche cose buone, potremmo rispondere: tipo invadere l’Etiopia per lanciare una compravendita di spose bambine. Perché in tutta questa storia il mostro non era solo quel giovane Montanelli figlio del suo tempo, ma proprio il tempo di cui era figlio che abbiamo il diritto e il dovere di tenere sempre a mente.

E poi diciamocelo, questa roba di buttare giù le statue, fisiche o ideali, tipo il Montanelli nostrano, non è che una grossa moda. Tra qualche settimana passeremo ad altro, magari torneranno i pantaloni a zampa di elefante. Quando tutti iniziano a fare la stessa cosa ovunque c’è sempre qualcosa che mi puzza.

Troppa indignazione sfogata a caso significa sempre distrazione. E anche la più giusta rivendicazione cade nel ridicolo. Per colpa nostra, as always.

Lo diceva pure Gaber: Quando è moda, è moda.